Hikikimori: di che cosa si tratta?

Hikikimori è un termine giapponese che letteralmente significa “stare in disparte”. Il termine è stato coniato  negli anni ’80 dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki per indicare un preoccupante fenomeno sociale emerso in Giappone circa dieci anni prima. Si tratta di ragazzi, principalmente maschi, tra i 14 e i 30 anni, che si ritirano completamente dalla vita sociale, evitando contatti con il mondo esterno ma anche spesso con la famiglia, limitando lo spazio in cui vivono alla camera da letto. È una situazione che può protrarsi da alcuni mesi ad anni e non è semplice da censire, pare che in Giappone riguardi circa un milione e mezzo di ragazzi, generalmente primogeniti o figli unici provenienti da famiglie di ceto medio alto.

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La difficoltà nel censimento, e quindi di conseguenza anche nell’approfondimento della conoscenza del fenomeno, è dovuta alla ritrosia delle famiglie a chiedere aiuto, spesso per sentimenti di vergogna. I giapponesi tendono a interpretare questo fenomeno come un disagio psichico individuale, tuttavia, studiosi che hanno approfondito l’hikikimori, ritengono che caratteristiche di personalità individuali si incrocino con un contesto sociale, quello nipponico, molto particolare. La società giapponese prevede “un’organizzazione sociale collettivista in cui si enfatizza l’interdipendenza di ogni essere umano all’interno di un gruppo collettivo e le priorità delle finalità di gruppo su quelle individuali” (Tratto da un’intervista alla dott.ssa Bagnato, autrice del libro “L’hikikimori: un fenomeno di auto reclusione giovanile”). L’accettazione all’interno del gruppo risulta essere prioritaria e lo sviluppo dell’identità personale, con l’ascolto di bisogni e aspirazioni individuali, è secondaria. Inoltre in Giappone vige una categorizzazione sociale molto rigida secondo la quale ogni soggetto appartiene ad una determinata categoria di individui. Va da sé quindi capire a quale pressione sociale siano sottoposti i giovani orientali in un’età delicata come quella adolescenziale e come, soggetti con determinate caratteristiche di personalità e con dinamiche familiari di un certo tipo, non vedano altra possibilità che sottrarsi a tutto questo, iniziando un ritiro sociale che poi diventerà una prigione nella quale più si sta, più risulta difficile uscire.

A livello familiare il fenomeno dell’hikikimori si riscontra principalmente in quei nuclei nei quali c’è un padre devoto al lavoro, particolarmente impegnato fuori dalla famiglia, e una madre dedita invece alla cura della prole. Alcuni studi antropologici e culturali descrivono il rapporto tra madre e figlio, nella società nipponica, come particolarmente caratterizzato dalla cura, dall’accudimento, dall’iperprotezione della madre verso il figlio che diventa poi una sorta di devozione e che non lascia spazio per quello che in psicologia si chiama “svincolo”, cioè quella fase in cui il ragazzo si allontana, definendo se stesso come altro, pur mantenendo il legame con la famiglia. È come se in questa società e in questo tipo di relazioni questo passaggio non fosse pensabile per l’istaurarsi di una forma di dipendenza disfunzionale che crea un legame tale per cui il figlio sente di abbandonare la madre, allontanandosi, e alla luce di questo, in un’ottica relazionale, l’assenza del marito descritta prima, rende ancora tutto più vincolante.

Questo porta a fare riflessioni rispetto alla comparsa del fenomeno in Italia, ed in occidente più in generale, perché gli aspetti culturali e sociali sono piuttosto diversi da quelli orientali, viene meno quella categorizzazione così rigida e quella subalternità dell’individuo rispetto alla società, nonostante ci sia comunque una pressione sociale piuttosto marcata. È corretto forse, in questo caso interrogarsi su come questo fenomeno, nella nostra società, che ad oggi riguarderebbe circa 30.000 ragazzi intorno ai diciotto anni di età, abbia un’origine legata alle dinamiche familiari e relazionali, ad un blocco del ciclo vitale della famiglia nella fase della differenziazione e dello svincolo del figlio che di fatto porta l’individuo ad ancorarsi alla casa, a non uscire, in maniera forse funzionale per il mantenimento di alcune dinamiche familiari. In queste situazioni la paura del mondo esterno, del confronto con l’altro, della scoperta di sè si associano a un bisogno di stare, di non abbandonare, di non lasciare solo qualcuno che altrimenti il ragazzo inconsapevolmente teme non ce la possa fare. Ci si occupa dell’altro sottraendo quelle che, in questa specifica fase del ciclo vitale, sono le energie che dovrebbero essere investite nella definizione e nella sperimentazione di sé fuori, come individuo che si affaccia ad un’altra fase della vita, quella del giovane adulto, nella quale si misura con la distanza dalla famiglia di origine e con la possibilità di riuscire da solo percependo comunque la stabilità di un legame che semplicemente, come giusto che sia, ha cambiato forma.

 

Sitografia:

“L’Hikikimori un fenomeno di autoesclusione giovanile”. Intervista alla dott.ssa Bagnato. Tratto dal blog francescomacri.wordpress.com

“Hikikimori: un fenomeno non così lontano”. Tratto dal sito pacinimedicina.it

http://www.hikikimoriitalia.it

Separazione e divorzio: e i figli?

Separazione e divorzio sono termini con i quali abbiamo imparato a familiarizzare negli ultimi 30 anni, sono fenomeni che a livello sociale sono diventati estremamente più frequenti. L’ISTAT riporta che il numero assoluto di divorzi nel 2015 sia stato 82.469, mentre le separazioni 91.706 (dati ISTAT 2016).

Il fatto che separazione e divorzio siano diventati fenomeni sociali più comuni, non diminuisce la complessità e drammaticità che hanno per le persone che si trovano coinvolte, siano essi i coniugi o i figli.

Vittorio Cigoli parla di divorzio come di un attacco al legame, laddove per legame si intende “una classe che comprende varie aree: le relazioni interiorizzate, il patto coniugale, le relazioni familiari, le relazioni amicali, le relazioni sociali” (Cigoli, 1999); questa definizione mette bene in luce come il divorzio metta in crisi tutte queste aree essendo contemporaneamente un fatto e un processo intrapsichico, di coppia, familiare e sociale. Per attraversare questo grande dolore e ritrovare la speranza nel legame sarebbe necessario riuscire a portare in salvo qualcosa di buono del rapporto con l’ex coniuge, processo complesso, possibile laddove si sia riusciti ad attraversare, elaborare e trasformare sentimenti di odio, rabbia e rancore che soventemente accompagnano queste situazioni e fatto possibile se facilitato da un percorso terapeutico.

Ma in tutto questo, i figli? Sì, perché in questo marasma personale e sociale che accompagna le separazioni, spesso ci sono dei figli che si ritrovano ad essere spettatori ma allo stesso tempo attori protagonisti. È senza dubbio un evento traumatico e doloroso, tuttavia i segni che lascerà addosso alla prole dipendono in gran misura da come le figure genitoriali riusciranno a gestire questo passaggio. Scabini e Iafrate sottolineano come “il compito genitoriale fondamentale in queste situazioni sembri potersi individuare nella costruzione dell’appartenenza familiare e nella legittimazione delle origini del figlio della sua storia e delle sue radici”, ciò consiste nella necessità di rispettare e legittimare che il figlio sia frutto di due storie. Il fatto che la separazione abbia spezzato la connessione tra questi due rami non deve negare la possibilità di far sentire il bambino/adolescente come appartenente ad entrambe le storie, ad entrambe le stirpi. Il genitore deve quindi facilitare l’accesso alle origini del figlio. L’aspetto complesso di tutto questo, non semplificabile con la frase che si sente spesso “non siamo più marito e moglie ma siamo sempre genitori” è che laddove l’ex coniuge sia immerso in sentimenti di rancore, rabbia, voglia di rivalsa, sull’altro genitore, questo “passa” alla prole e il processo di legittimazione di cui sopra, per quanto ci si impegni, risulta “meno autentico”. I ragazzi si rendono conto se c’è una conflittualità anche latente o un dolore non elaborato e spesso si trovano vincolati in quello che viene definito “conflitto di lealtà”, un meccanismo molto frequente per il quale sentono di “tradire” il genitore che percepiscono più in difficoltà, se hanno accesso, o una relazione soddisfacente con l’altro genitore. Ciò che riduce gli effetti negativi del divorzio sui figli è proprio “la  capacità dei genitori di gestire il loro rapporto di ex coniugi in modo tale da non far sentire il figlio ‹‹preso in mezzo›› a un insostenibile conflitto di lealtà. In senso più propositivo (…) è fondamentale la capacità e la volontà dei genitori di consentire al figlio un accesso ad entrambe le stirpi di appartenenza, rispettando il suo diritto a confrontarsi con le proprie origini” (Scabini, Iafrate 2003).

Un altro aspetto di criticità si presenta laddove, a seguito della separazione, subentri la ricostruzione di uno o due nuovi nuclei familiari, che comporta l’ingresso di nuove figure di riferimento e spesso è accompagnato da un inasprimento della conflittualità tra ex coniugi. In questi casi è ancora fondamentale che si mantenga la condivisione della responsabilità genitoriale e uno scambio che legittimi l’altro nella sua funzione genitoriale, per consentire ancora al figlio di poter sentire la propria appartenenza e di non sentirsi perso all’interno di confini familiari ridefiniti, più  vasti e meno chari.

È centrale, come affermato da Giancarlo Francini, nel suo libro “Il dolore del divorzio” tenere presente  che “dentro il bambino l’immagine della famiglia va in frantumi e non trova più gli elementi di ancoraggio a cui finora aveva fatto riferimento e tutto diventa precario, instabile, insicuro”. I genitori devono riuscire a comprendere questo dolore e smarrimento senza sentirsi schiacciati dal senso di colpa, devono stare con questa sofferenza e riuscire a trasmettere piano piano al figlio che la separazione non è stata una fine, un tracollo della famiglia, ma è stata una trasformazione, così da favorire nel bambino la sensazione di una continuità rispetto al prima e il mantenimento dell’immagine di famiglia, trasformata, probabilmente con l’ingresso di altri membri, ma sempre stabile, sicura, sempre un punto di riferimento.

 

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Bibliografia:

Andolfi, M. (a cura di) (1999). La crisi della coppia. Raffaello Cortina Editore: Milano.

Francini, G. (2016). Il dolore del divorzio. Franco Angeli: Milano.

Scabini, E., Iafrate, R., (2003).  Psicologia dei legami familiari. Bologna: Il Mulino.

 

Sitografia:

http://www.istat.it

La famiglia nel nuovo millennio

L’idea di famiglia come oggetto scientifico e non come un semplice fatto naturale, si sviluppa  a partire dagli anni ’50, quando Kurt Lewin (1951) definisce il gruppo come un fatto psicosociale, teorizzazione che ben si adatta al concetto di famiglia, sia da un punto di vista strutturale che funzionale. Lewin sottolinea come il gruppo sia qualcosa di profondamente diverso dalla somma dei suoi membri, ne evidenzia la struttura, i fini peculiari e le relazioni con gli altri gruppi. Mette inoltre l’accento sul rapporto di interdipendenza che c’è tra i suoi membri e su come sia una struttura fortemente dinamica, poiché il cambiamento di una parte interessa e coinvolge tutte le altre.

In psicologia questa definizione spalanca le porte a qualcosa di nuovo, essendosi tale scienza fino ad allora limitata a considerare i fatti sociali come somma di comportamenti individuali, apre il campo all’approccio relazionale e all’idea che l’individuo sia inserito in una serie di dinamiche relazionali dalle quali non si può prescindere, anche da un punto di vista terapeutico.

A livello sociologico, la famiglia negli ultimi 70 anni ha subito importanti mutamenti, ampliando la sua stessa definizione e inserendo al suo interno tipologie di famiglie che fino a poco tempo fa non venivano considerate tali.

Ad oggi le tipologie di famiglie che riscontriamo sono:

  • La famiglia estesa o patriarcale: fino a una cinquantina di anni fa era la tipologia di famiglia più frequente. Si tratta di quella famiglia in cui convivono più nuclei coniugali, in cui c’è un “capo famiglia”, generalmente il membro più anziano, e in cui le attività lavorative, educative e ludiche si svolgono all’interno.
  • La famiglia nucleare eterosessuale: composta da genitori di genere diverso e figli. C’è qui un’apertura all’esterno diversa rispetto alla tipologia precendente, le attività lavorative, ludiche, educative si svolgono fuori dalla famiglia, questo comporta l’inserimento in una rete sociale con scambi con altri gruppi e famiglie.
  • La famiglia nucleare omosessuale: composta da genitori dello stesso genere e figli. Come struttura ha le caratteristiche della famiglia nucleare eterosessuale, tuttavia il legame tra i partner in Italia non può essere ad oggi sancito dal matrimonio, bensì dall’unione civile, che prevede gli stessi diritti e doveri del matrimonio ma non una cerimonia, solo una dichiarazione davanti ad un pubblico ufficiale, non consente le adozioni e manca dell’obbligo di fedeltà. Nel caso in cui uno dei due partner abbia figli biologici, il coniuge può ricorrere alla stepchild adoption, una particolare adozione che prevede che l’interesse del minore prevalga su qualsiasi istituto.
  • La famiglia ricostituita: a seguito di una separazione o un divorzio, i figli vivono con un genitore e con il nuovo partner di quest’ultimo.
  • La famiglia convivente: i partner non sono sposati, né con rito religioso né civile.
  • La famiglia monogenitoriale: composta da un genitore e dai figli. Questo tipo di famiglia in passato si riscontrava principalmente a seguito della morte di uno dei due genitori, oggi l’esistenza di questa tipologia di famiglia è legata anche a scelte personali, quali il divorzio o la possibilità di far nascere un figlio senza partner.
  • La famiglia single: c’è un solo membro, non sposato, non convivente e senza figli.

L’evolversi del concetto di famiglia allarga il campo anche agli interventi psicologici, sociali ed educativi che chi si occupa della salute delle persone, intendendo con salute uno stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale e non mera assenza di malattia (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1948), ha il dovere di attuare.

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Bibliografia:

Scabini, E., Iafrate, R., (2003).  Psicologia dei legami familiari. Bologna: Il Mulino.

Sitografia:

www.istat.it

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Come parlare ai bambini del Coronavirus. Riflessioni di una psicologa

Come parlare del coronavirus alle bambine ed ai bambini?
Riportiamo il contributo della collega Alberta Xodo condiviso dal dott. Federico Zanon_Psicologo e Psicoterapeuta, vicepresidente dell’Enpap e Dirigente Psicologo presso la USSL 3 Serenissima del Veneto.

“Partiamo da tre considerazioni fondamentali:

❗️La mediazione da parte dell’adulto permette al bambino di non essere lasciato solo nell’elaborazione delle informazioni, che rischierebbero di essere lette solo attraverso schemi interpretativi tipici dell’età e dello stadio evolutivo, se non di stadi precedenti, in virtù di comprensibili schemi regressivi.
❗️Se un bambino non possiede informazioni sufficienti per leggere la realtà ricorrerà a fantasie o ricordi pregressi, con il rischio di immaginare scenari molto più spaventosi di quanto lo siano in realtà.
❗️I bambini piccoli, inoltre, faticano ad inserire gli eventi all’interno di continuum temporali, in particolare quando non possono essere date loro delle certezze rispetto alla transitorietà degli eventi e alla loro evoluzione e termine.

E’ necessario dunque che tutta la comunità educativa si prenda carico di questa fase, permettendo a bambine e bambini di accedere a delle informazioni concrete, rispettose e comunicate attraverso atteggiamenti non catastrofici. Spesso pensiamo che i bambini non possano capire o che soffrirebbero troppo. In realtà bambine e bambini sanno molto più di quello che immaginiamo ma non si sentono autorizzati ad esprimerlo se non è l’adulto per primo a porsi in una dimensione di ascolto.

Come sostenere la comunicazione tra adulti e bambini:

📌Ascoltare e dare spazio ai vissuti emotivi senza minimizzare né allarmarsi. In una fase di emergenza bambine e bambini possono presentare diversi sintomi per esprimere preoccupazione, sofferenza e senso di smarrimento: disturbi somatici (mal di pancia, mal di testa ecc.), regressioni (desiderio di dormire nel lettone, enuresi ecc.) capricci e irritabilità, ma anche comportamenti apparentemente noncuranti, che spesso sono volti a proteggere adulti preoccupati. Un bambino che manifesta dei sintomi o un comportamento differente da quello al quale siamo abituati è un bambino che va accolto e ascoltato, mai punito!

📌Coinvolgere i bambini mettendoli al centro di comunicazioni comprensibili: i bambini in questi giorni sono stati malamente esposti a diverse informazioni dirette (es. ascolto di telegiornali e radio) o indirette (conversazioni tra adulti); è opportuno che gli adulti proteggano i bambini da queste comunicazioni i cui toni hanno allarmato noi per primi! Può essere utile chiedere ai propri figli e figlie cos’hanno capito e – a partire dalle loro stesse considerazioni – dare delle informazioni concrete, adattando il linguaggio all’età e alla capacità di comprensione. Bastano pochi minuti per essere efficaci e rassicuranti.

📌Non mentire. I bambini – come gli adulti – percepiscono quando una persona a cui vogliono bene dice loro una cosa pensandone un’altra. In queste occasioni il senso di smarrimento è tale da poter diventare pervasivo, e generare sfiducia negli adulti, anche in fasi successive.

📌Chiedere ai bambini che cosa vorrebbero sapere. Questo passaggio è molto importante poiché permette di ridefinire le idee irrazionali: a seconda dell’età bambine e bambini possono mostrare idee differenti sulle cause delle malattie, sulla trasmissione e sulla guarigione, alcune delle quali particolarmente pericolose per lo sviluppo se non vengono intercettate (es. “mi ammalerò perché sono un bambino disobbediente”). Non abbiate paura di intervenire su questi vissuti, né di ammettere onestamente che certe informazioni non le conoscete e che proverete ad informarvi: bambine e bambini non hanno bisogno di genitori esperti virologi, ma genitori che siano disponibili a fare da filtro per loro rispetto ad una realtà troppo incerta e spaventosa.

📌Promuovere il mantenimento delle routine: bambine e bambini si sentono rassicurati dalle routine, perché danno loro un senso di continuità rispetto alla propria biografia. Coinvolgeteli nel creare assieme l’organizzazione della loro giornata che deve sempre prevedere delle fasi: ad esempio dedicarsi all’apprendimento durante la mattinata, sia scolastico (fare i compiti, leggere un libro ecc.) sia di attività manuali. Mantenere attivo il corpo attraverso degli esercizi o facendo delle piccole passeggiate che permettono di mantenere il contatto con la natura secondo le disposizioni attualmente in vigore. I bambini non hanno sempre la capacità di pensare a delle attività compensative come facciamo noi adulti, per questo è importante proporgliele e farle assieme a loro.

📌Promuovere l’aderenza alle prescrizioni: assicuriamoci che bambine e bambini seguano le indicazioni date dagli esperti (lavarsi le mani, starnutire sulla piega del gomito ecc.). Per quanto possa spaventarci la loro distrazione o le (più o meno inconsapevoli) dimenticanze, non sgridiamoli! Opporsi alle disposizioni potrebbe essere un modo per manifestare la negazione della loro paura. Il nostro esempio funziona sempre, così come le lodi e gli incoraggiamenti. Laviamoci tutti assieme le mani rassicurandoli sul fatto che non serve farlo in continuazione. Chiediamo loro di corregerci quando siamo noi per primi a dimenticarci di fare attenzione. Creiamo anche in questo caso delle routine e dei giochi per facilitare l’aderenza.

📌Rassicurarli quando andate al lavoro: qualsiasi sia la vostra occupazione, bambine e bambini devono sapere che voi state uscendo di casa in modo sicuro e che starete attenti durante la giornata seguendo le prescrizioni che vi sono state indicate. Non è difficile immaginare che bambini delle elementari potrebbero pensare che il virus sia ovunque e che i genitori siano esposti ad indicibile pericolo uscendo semplicemente dal contesto domestico che – anche simbolicamente – è vissuto come l’ambito maggiormente protettivo.

📌Non rinunciare mai alla funzione genitoriale. E’ normale se in questa fase vi sentite più disponibili ad accettare compromessi e a “lasciar passare” regole che prima erano considerate non negoziabili. Benchè questo atteggiamento sia comprensibile può essere anche destabilizzante per i vostri bambini che potrebbero avere la sensazione che anche i genitori siano diventati strani e non leggibili. Per dirla con le parole di un piccolo paziente “se mia mamma mi fa giocare con la playstation per due ore consecutive significa che la situazione è più grave di quanto mi stiano raccontando”.

📌Promuovere il senso di comunità e di protezione: bambine e bambini hanno bisogno di sapere che non sono soli! Spieghiamo loro che i medici, gli infermieri, e le istituzioni stanno facendo tutto quello che è in loro potere per proteggerci e che anche noi possiamo fare la nostra parte. Sapere che un’intera comunità è coinvolta ed alleata permette ai bambini di sentirsi protagonisti e generatori di salute, un’eredità psicologica che li potrà proteggere anche in altri momenti di crisi. Può essere molto utile ancorare il senso di protezione ad episodi ed esperienze precedenti, che fanno parte della propria biografia o di quella del bambino: raccontate loro di quella volta in cui eravate piccoli e i medici sono intervenuti per guarirvi, o di quando avete chiamato il pediatra che ha trovato la soluzione giusta, o di quell’infermiere così in gamba che faceva i prelievi senza far soffrire e che si scusava quando non ci riusciva. Nell’esperienza di ciascuno di noi c’è la protezione, è il momento di condividerla!”

N.B. Per chi volesse approfondire suggerisco la lettura di “Facilitare la comprensione della malattia nel bambino” di Capurso 2017 Franco Angeli.

LA PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA

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Robert Rosenthal, professore di psicologia ad Harvard, nel 1965 si incuriosì del caso Clever Hans. Quest’ultimo era un cavallo diventato famoso perchè si riteneva fosse in grado di rispondere a quesiti matematici. In realtà non era così ma si scoprì che l’animale riusciva a cogliere i segnali corporei dell’addestratore e ad indovinare, conseguetemente, le risposte.

Rosenthal, insieme ad un’insegnante di San Francisco, Leonore Jacobson, si interrogò sul ruolo che le aspettative degli adulti potevano avere sui bambini e svilupparono un esperimento da svolgere in una scuola elementare. L’esperimento prevedeva di sottoporre i bambini ad un test d’intelligenza e dividere poi casualmente i bambini in due gruppi: quelli che avevano ottenuto buoni risultati al test e quelli che non avevano ottenuto buoni risultati. La divisione dei due gruppi fu appunto casuale nel senso che non rispecchiava i reali punteggi di Q.I. ottenuti, ma così furono presentati agli insegnanti che, per quanto fu detto loro da Rosenthal e Jacobson, si ritrovarono ad insegnare a bambini considerati promettenti e a bambini valutati come meno promettenti.

Lo psicologo tornò nella scuola un anno dopo, misurò nuovamente il Q.I. e il rendimento scolastico degli studenti e constatò che, a prescindere dal reale quoziente intellettivo di partenza, coloro che erano stati inseriti nel gruppo dei promettenti avevano un rendimento migliore e un punteggio maggiore di 4 punti dal loro stesso punteggio l’anno precedente e questo semplicemente perché gli insegnanti li avevano influenzati positivamente con il loro atteggiamento, ridando a quei bambini un’immagine di sé stessi molto positiva.

Questo viene chiamato Effetto Pigmalione o Profezia che si autoavvera. Si tratta di una forma di suggestione psicologica per cui le persone tendono ad uniformarsi all’immagine che gli altri hanno di loro, sia essa positiva o negativa.

Questo apre importanti riflessioni in ambito psicologico ed educativo poichè, in particolare nell’infanzia e nell’adolescenza, quando l’identità non è ancora formata, la suscettibilità individuale a quello che gli altri ci rimandano è fondamentale. Se ad un bambino viene costantemente rimandata un’immagine di sé di persona che non ha voglia di fare nulla, non si impegna, non riesce, questo alla lunga condizionerà il suo comportamento facendo poi avverare la profezia e il soggetto in questione ricalcherà poi questo ruolo, non facendo nulla, non impegnandosi, non riuscendo. All’interno di un contesto sociale che valuta il rendimento, se questo è considerato tendenzialmente sempre negativo, il bambino, in maniera inconsapevole, omologa i suoi comportamenti all’etichetta che gli è stata data, finendo per sminuire lui stesso eventuali risultati positivi per  confermare l’immagine che ormai ha acquisito di sé. Viceversa se di un soggetto vengono valorizzate le risorse, viene considerato intelligente, capace, secondo l’effetto Pigmalione, risulterà effettivamente più capace, con effetti positivi nell’immagine di sé e nell’autostima.

Allo stesso modo ciò è vero nella relazione genitori-figli. Basti pensare ad un figlio ad esempio al quale non viene mai riconosciuto come positivo quello che fa e quelle che sono le sue risorse, difficilmente potrà essere lui a riconoscersele se non ha sperimentato la possibilità di vederle riflesse negli occhi delle figure di riferimento ed è molto probabile che quello stesso figlio faticherà di più a raggiungere certi risultati finendo per accondiscendere all’immagine che gli altri hanno dato di lui.

 

 

Bibliografia:

Brown, R. (2000). Psicologia sociale dei gruppi. Il Mulino: Bologna

Moghaddam, F. M. (2002). Psicologia Sociale. Zanichelli: Torino

Mesi di battle e tornei!

Lo di Street’s Rooms ha previsto un inverno/primavera all’insegna di battle di freestyle e tornei di biliardino. La prima battle fatta nel quartiere Gorarella è stata un vero successo, adesso ne sono previste altre tre con la finalissima in Piazza Dante per il mese di giugno.

Parallelamente, in altre date ma con cadenza sempre mensile, organizzeremo un torneo di biliardino, aperto a tutti i cittadini che vogliano partecipare. La prima sfida ci sarà questo venerdì 21 febbraio alle 18.00 al Bar Arcobaleno al Centro Commerciale Le Palme.

Vi aspettiamo!!

APPARTENENZA E SEPARAZIONE

Avere un legame significa dipendere in varia misura dall’altra persona coinvolta nella relazione.

Ci sono varie forme e sfumature di dipendenza affettiva. Ai fini dell’argomento in questione metteremo in evidenza la dipendenza intesa come l’impossibilità di percepirsi autonomo e funzionante senza la presenza dell’altro, con un’idea di svalutazione personale che rende impossibile la possibilità di esistere senza l’altro e la contro dipendenza, ovvero l’impossibilità di stare all’interno di una relazione per la paura del legame, che quindi spinge all’evitamento e alla fuga non appena l’altro inizi ad esprimere i propri bisogni.

kandiskyLa modalità in cui ciascun individuo sta in un rapporto di dipendenza nasce dal rapporto con le figure genitoriali. Più un individuo è consapevole delle proprie aree di separazione che lo differenziano dall’altro, più risulterà inserito in un rapporto soddisfacente: “non ci si può unire in un modo più soddisfacente se prima non ci si è separati da un rapporto in cui ciascuno dei partecipanti non è in grado di riconoscere il proprio spazio personale”  (Andolfi, Angelo, 1987).

Ipotizziamo che un individuo abbia sperimentato, nella relazione con i genitori, dei bisogni parzialmente irrisolti ad esempio di protezione e sicurezza, egli tenderà a ripetere questo legame con le altre figure di riferimento diventando questo (il bisogno di protezione e sicurezza) il cardine di quei rapporti, con un’angoscia insostenibile rispetto a qualunque cosa possa metterli in discussione.

In un certo senso la dipendenza e l’appartenenza è come diventassero la forza centrale della relazione stessa. L’individuo si trova quindi di fronte ad un bivio: mantenere la stessa tipologia di relazione, nonostante il malessere che questa dipendenza crea, per salvaguardare il legame (che rimarrà così com’è) o procedere con il percorso di separazione, con il rischio di sentire crollare la relazione attuale ma dando anche a questa l’unica possibilità di evolvere.

La presenza di elementi ripetitivi nelle relazioni attuali permette l’elaborazione di aree di dipendenza irrisolte nei rapporti con i genitori. Il percorso di separazione può durare quindi tutta la vita ma di certo ha le proprie basi già nell’infanzia. La possibilità di percepire aree di differenza con le figure significative e vedere questa differenza riconosciuta e valorizzata da queste ultime, senza che possa questo fungere come minaccia verso l’appartenenza al legame, è essenziale. Solo così si garantisce al figlio la possibilità di costruire e coltivare il proprio spazio personale e ciò lo renderà libero in futuro di stare in un legame adulto  senza sentire di dipenderne passivamente né di doverne fuggire, in una “dinamica del dare e chiedere che ci porta di fatto a vivere dentro il legame e la relazione, poiché è solo attraverso il chiedere e il dare (inteso ovviamente in senso non solo pratico e concreto ma anche affettivo, ideale e metaforico) che partecipiamo alla relazione” (Francini, 2016).

   

 

      Bibliografia:

  • Andolfi, M., Angelo, C. (1987). Tempo e mito nella psicoterapia familiare. Boringhieri: Torino.
  • Andolfi, M. (a cura di) (1999). La crisi della coppia. Raffaello Cortina Editore: Milano.
  • Francini, G. (2016). Il dolore del divorzio. Franco Angeli: Milano.